Meo Sacchetti sfida l’Orlandina, c’è in premio la Final Eight | Orlandina Basket
  • Pubblicato il: 2 gennaio 2017

Meo Sacchetti sfida l’Orlandina, c’è in premio la Final Eight

 

Paolo Cuomo – Gazzetta del Sud

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” ha scritto e cantato Antonello Venditti. E stasera, al “PalaFantozzi”, la storia si ripeterà per il ritorno, alla guida di Brindisi, di Meo Sacchetti. E sarà festa, con un nuovo – c’è da giurarci – emozionante omaggio di un popolo biancazzurro che sa esprimere come pochi affetto e passione. È la serata giusta per tifare Orlandina con tutta l’energia che si ha dentro, ma anche per riabbracciare un amico, solo per oggi “nemico”. Una persona d’altri tempi che ha dato alla sua carriera di sportivo quell’immagine genuina, schietta, disincantata e senza prendersi troppo sul serio che lo distingue e fa la differenza. Poche parole, molti fatti: da atleta prima (come simbolo della Nazionale) e da allenatore poi. Due stagioni fa, più o meno di questi tempi, l’Orlandina al coach di Altamura – dopo la standing ovation e lo striscione celebrativo – strappò non solo un pezzettino di anima ma anche i due punti, firmando l’impresa in rimonta su quella Sassari delle meraviglie (ma all’epoca in crisi) che pochi mesi dopo si laureò campione d’Italia, realizzando il Triplete. Anche stavolta, in questo atipico lunedì cestistico di inizio 2017, sarà big game: chi vince conquisterà, con una giornata d’anticipo, la qualificazione alla Final Eight. «È proprio così: è già una partita decisiva e tutta da vivere poiché al termine si potrà festeggiare un traguardo di prestigio. Seguo con attenzione le vicende dell’Orlandina e per me, assieme a Caserta, è la rivelazione come lo scorso anno furono Cremona e Pistoia. La partenza di Fitipaldo, però, è molto pesante, la sua assenza rappresenta un bel vantaggio da sfruttare e non mi va di usare frasi fatte e di circostanza del tipo “la squadra resta forte e potrà farne a meno”.

Chiaro, comunque, che l’impegno per noi sarà ugualmente difficile perché i nostri avversari troveranno altre motivazioni e soluzioni. Ma prima, l’Orlandina era un orologio, capace di esprimere un gioco brillante grazie all’estro ed alla pericolosità al tiro del suo playmaker, che creava per sé e per compagni sempre bravi a muoversi senza palla. Hanno vinto partite dal valore doppio, acquisendo consapevolezza nelle loro potenzialità e il PalaFantozzi è diventato un fortino, con l’unico ko in casa al debutto contro Milano ma dopo aver a lungo dominato». –

Ma se ti fossi trovato in una situazione simile, avresti dato l’ok alla cessione di Fitipaldo? «Innanzitutto avrei risposto: chi mi prendete al suo posto? Ma, in ogni caso, come fai a dire di no: per le aspirazioni e la voglia del ragazzo di misurarsi in Eurolega e per l’opportunità della società di monetizzare. Del resto a Capo d’Orlando, anche nella mia stagione, abbiamo lasciato partire Drake Diener in un momento molto importante, centrando comunque Coppa Italia, playoff e qualificazione all’Eurocup. Io, comunque, se fossi stato in Fitipaldo sarei rimasto e, continuando a giocare ad alti livelli, in estate tra tante offerte ci sarebbe stato solo da scegliere la migliore». –

Appena 12 mesi di permanenza, quasi 10 anni fa, sono Chi vince si qualifica per la Coppa Italia (16-19 febbraio a Rimini) con una giornata d’anticipo stati sufficienti per rimanere nel cuore della gente di Capo d’Orlando, un affetto ricambiato: ti sei chiesto il perché? «Forse perché mi hanno conosciuto veramente e mi apprezzano per quel che sono. Ho avuto la fortuna di guidare un gruppo magico, capace di entusiasmare, di ottenere risultati importanti e di rimanere nell’immaginario collettivo. Ho ricevuto molto da questa piazza, alla quale penso di aver dato altrettanto. E il mio legame sarà per sempre». –

Brindisi è tra le migliori nell’ultimo mese e mezzo, nonostante i problemi d’infortuni. Quattro vittorie nelle ultime sei – perdendo, ma dopo aver giocato bene, ad Avellino e Milano – per una squadra che comincia a esprimersi come piace a te, correndo e regalando se possibile spettacolo. «Abbiamo fatto dei passi avanti sotto il profilo della continuità di rendimento, c’è ancora tanto da migliorare, però sono soddisfatto. Contro squadre che ci precedono in classifica, Brindisi ha offerto buone prestazioni, raggiungendo una interessante posizione di classifica che stasera ci consentirà di giocarci con la forza della serenità il primo obiettivo della stagione. Alleno un gruppo che ha valori, che gioca sempre con intensità e non molla mai».

Serviva, però, un uomo di esperienza, abile a mettere “tutti insieme” e dalla quarta giornata ecco Phil Goss. «Un veterano scelto al momento giusto, che ci sta dando tanto in termini di leadership. In un organico giovane, con giocatori di valore ma all’esordio nel campionato italiano, il suo contributo è prezioso». –

Dopo il lungo e indimenticabile periodo di Sassari, come si vive in un’altra piazza tradizionale del basket meridionale, la Brindisi che fu di Pentassuglia e Malagoli e che tu in maglia Berloni Torino affrontasti nel lontano 1982? «Ho trovato passione, coinvolgimento e tanta storia. Abito vicino al vecchio palasport e i ricordi di quando giocavo sono subito tornati in mente. A Brindisi si respirano aria e canestri». –

Dalla testa alla coda, che campionato è? «Per lo scudetto, dopo 10 giornate, tutto sembrava secondo copione, con Milano imbattibile. Invece oggi l’Armani sembra essere finita in un tunnel, anche se resta ovviamente la grande favorita per lo scudetto. Per il ruolo di finalista e di un posto tra le prime quattro, si stanno confermando Venezia, Avellino e Reggio Emilia mentre Sassari è un po’ attardata. Dalla sesta posizione in giù, Cremona compresa, vedo invece un equilibrio incredibile». –

Il meglio a livello individuale del girone d’andata? «Su tutti, per me, c’è sempre Fitipaldo, il regista numero 1. Poi il solito Pietro Aradori e tra i nuovi stranieri il mio M’Baye, Jones di Pesaro e Landry di Brescia. Mi piace molto Archie, mentre nell’ultimo mese sta facendo bene anche un altro mio giocatore, il lungo Carter».

ùTra poche ore si entra sul parquet: quanto sarà forte l’emozione di rivedere Diener? «Drake fa parte della mia vita ed è stato bellissimo, ad esempio, andarlo a trovare nella scorsa primavera a casa sua, nel Wisconsin. Assieme a lui ho condiviso tante gioie sportive e umane. Quando termina una mia partita, la prima cosa che chiedo è il risultato delle mie ex squadre: Sassari, Varese, Torino e Capo d’Orlando. Subito dopo mi interessa sapere come hanno giocato i ragazzi a cui sono più legato e dopo mio figlio Brian, il primo è sempre Drake».

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